postato da 19 febbraio 2010, 11:05 pm

Primo giorno ad Istanbul

 Primo giorno ad Istanbul
Quel silenzio lo ricorderò per sempre.

Forse avevo raggiunto il silenzio della mente, quello che in molte filosofie orientali si ricerca a lungo con la meditazione. D’altra parte un tentativo deliberato di meditare non è meditazione, deve semplicemente accadere. O forse no.

Camminavo, e la mente non riusciva a produrre niente che potesse trasformarsi in parola, nessun segnale arrivava alla bocca, che rimaneva paralizzata. Al contrario degli occhi, che si muovevano in tutte le direzioni, frenetici, attenti ad inglobare tutte le scene ed i colori, come per voler scolpire tutto nella memoria, come per paura che la meraviglia potesse un giorno scomparire. Quelle immagini mi riempivano la testa completamente, entravano a velocità della luce e si ammassavano una sull’altra.

A fianco a me, in Ihlamurdere Caddesi, camminava la ragazza che amo, e non riuscivo a parlarle. Provavo una sensazione di disagio per questo, amplificata anche dal fatto di vederla invece così tranquilla, così leggera, come un bambino che nuota nella placenta, al sicuro, nel ventre di sua madre.

Continuava il silenzio. Fra tutti quei rumori e quelle voci io rimanevo isolato, ero un sordomuto. Immagino che non ci fosse ulteriore spazio nella mente per processare altre operazioni al di fuori della vista. La sensazione di meraviglia si trasformava rapidamente in serenità, nel silenzio già scorrevano la beatitudine e il riso. Sì, ero ormai inebriato, e proprio come un ubriaco che per un istante scorge la verità fra le nuvole plumbee della sua confusione, mi appariva chiaro come il mondo fosse diviso in tre.

Non sono tre dimensioni geografiche assolute, in realtà sono tre dimensioni ideali e relative. Esiste un Nord identificato da un’organizzazione ordinata, un Sud che è composto da caos disordinato, ed un Oriente che rappresenta il caos organizzato. In molti paragonano Istanbul a città come Napoli o Palermo, queste due le conosco bene, ma in realtà sono molto diverse, sono espressione del Sud. Il Sud aggiunge al naturale fascino esercitato dal caos un qualcosa di eccessivo, esaspera i contrasti, e per questo, spaventa. L’Oriente in realtà è rassicurante come il Nord, conservando allo stesso tempo il fascino di cui il Nord è totalmente privo. Non fatevi ingannare dalle apparenze.

Istanbul è una città asiatica, io l’ho capito così, camminando il primo giorno per le strade di Beşiktaş. Basta davvero fare una passeggiata in questa via, pulsante e realmente viva, per capire l’essenza dell’Oriente. Dimenticate Sultanahmet, le trappole per turisti e la danza del ventre, evitate di attraversare il Bosforo solo perchè la geografia afferma che quella zona di Istanbul si trova in Asia (vale la pena farlo per altri motivi), l’anima orientale di Istanbul è riscontrabile nella sua normalità.

Dopo 10 minuti di assoluto silenzio finalmente entravo in casa, la ragazza che mi camminava a fianco mi guardava con compassione. Lei in realtà aveva già capito tutto.

2 comments to Primo giorno ad Istanbul

  • mchele..
    sei un grande!
    sarebbe bello poter leggere qualcosa che probabilmente tu hai scritto e non quelle scemenze che pubblicano i nostri editori!
    mi piacerebbe davvero!
    mirara

  • L’ULTIMO GIORNO AD ISTANBUL e I PROCESSI MENTALI LEGATI AL RITORNO.

    Il ritorno a casa e il “jet lag” psico-culturale

    “Non ritornare mai,
    andare sempre in giro,
    produrrebbe un’ebbrezza da derviscio.”
    (da “Filosofia del viaggio” di Michel Onfray)

    Non si ritorna mai completamente da un luogo.
    Ritorniamo con il corpo perché abbiamo un biglietto con una data per il rientro e non vogliamo perdere i soldi spesi, e una vita che ci richiama all’ordine (per “vita” s’intende una serie effimera di convenzioni linguistiche, culturali, sociali, storiche, economiche che crediamo – autoconvincendoci! – di non poter sradicare).
    Mentre cospargiamo la scrivania di foto, taccuini, cartine, libri, cd musicali acquistati in loco, scontrini, biglietti, residui di ciò che per un po’ è stata la nostra moneta; mentre laviamo i panni sporchi e riponiamo la valigia nell’armadio che odora di naftalina, ci accorgiamo di aver lasciato indietro una parte non secondaria di noi, la mente: di aver disseminato onde cerebrali nel luogo visitato al punto tale che subiamo uno svuotamento psichico durante la fase del ritorno. Non rientriamo mentalmente, ma solo fisicamente. Un bel guaio! Forse…
    I sintomi del “jet lag” psico-culturale variano da viaggiatore a viaggiatore: l’isolamento è uno dei principali. Il comune senso d’appartenenza (quello stesso senso che fa inviare al turista decine di inutili cartoline in patria, dimostrando così di non essere mai partito!) ancora non deve entrare in scena per rovinare tutto: isolarsi per difendersi e per conservare intatti e senza “inquinanti culturali” gli insegnamenti dei cinque sensi stimolati durante il viaggio.
    Eppure Istanbul non è una città, per certi aspetti, tanto diversa dalle altre capitali europee: traffico, tram, grattacieli, supermercati, metropolitana, autostrade trafficate, banche, polizia, condomini, gente che va avanti e indietro indaffarata… L’isolamento, dunque, non serve a farci riprendere fiato come se avessimo vissuto un’esperienza traumaticamente differente se confrontata con il nostro stile pratico di vita “occidentale”: l’auto-esilio è l’unico mezzo che abbiamo, ritornando a casa, per preservare l’ideale coltivato e messo alla prova durante il viaggio stesso. Ci si isola nella propria dimora per continuare il percorso interiormente e per rintracciare quella ricerca primigenia (causa del nostro viaggio) per un attimo distratta o addirittura “coperta” dalle incombenze pratiche legate al taxi da prendere, all’hotel da individuare, al piatto da ordinare, al bagaglio da non perdere… Sfruttando la “succursale” della nostra anima lasciata a Istanbul come una sorta di sentinella, creiamo un ponte tra il corpo spossato in fase di recupero energetico e l’ideale (impreparato e infantile) che c’aveva spinto sull’aereo. “Nella fatica del ritorno – scrive Onfray – si preparano le sintesi a venire”. Sintesi che cristallizzano l’esperienza e indirizzano la ricerca verso obiettivi più nitidi e meno epici: l’iniziale entusiasmo basato sulle ipotesi e sulle mille piacevoli paure dell’ignoto, lascia il posto a una nuova energia più consapevole e pacata, ma arricchita di nuovi elementi culturali e sensoriali. Il viaggio, in un certo qual modo, continua.

    Istanbul non è una città normale ma una “terra di mezzo” dove dialogano realtà apparentemente lontane e inconciliabili; un faro filosofico e spirituale per l’occidentale insoddisfatto…
    Si ritorna sempre, quasi per caso, durante un fine settimana, a Parigi o a Londra per riprendere “discorsi occidentali” che impregnano già il nostro modo di essere europei. A Istanbul, invece, si decide di ritornare a posta per motivi vitali, perché dobbiamo recuperare noi stessi, perché siamo costretti ad andarci a riprendere l’Io smarrito sotto le Mura terrestri o a Ortakoy: una parte di noi, infatti, è rimasta lì a circolare tra le strade in cerca di alterità e di vero confronto con sé stessi e con il mondo.
    Un viaggio a Istanbul non si risolve mai: ce ne accorgiamo dal fastidio che proviamo nel dover condividere gli aneddoti banali con chi è rimasto a casa; aneddoti che generalmente soddisfano il turista ma non il viaggiatore. L’ascesi intellettuale, seppur libresca, ci salva dal fastidio e la riorganizzazione del materiale raccolto ci fornisce una traccia culturale da seguire per tenerci occupati… E per non impazzire!

Leave a Reply

  

  

  

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>