Galata, Karaköy e Beyoğlu

La Torre di Galata vista dal Corno d'Oro, con Karaköy in primo piano

Ci sono quartieri che si visitano guardando in alto, e altri che si scoprono guardando in basso. Galata, Karaköy e Beyoğlu appartengono a entrambe le categorie: sono la stessa collina letta a tre altezze diverse, dall’acqua del Corno d’Oro fino a piazza Taksim. In pochi metri di dislivello si passa dai moli dei traghetti ai vicoli genovesi, dalle vecchie ferramenta ai concept store, dai palazzi delle antiche ambasciate ai grandi passaggi ottocenteschi di İstiklal.

Ed è proprio qui che nasce la confusione che ci capita di chiarire più spesso di qualsiasi altra: Galata, Karaköy, Pera, Beyoğlu. Quattro nomi che i visitatori usano quasi come sinonimi, e che invece raccontano cose diverse. Capirli significa già capire la storia della zona.

Galata è la collina medievale, quella della Torre: il nucleo dell’antica colonia genovese. Karaköy è la parte bassa, sul mare, davanti al Ponte di Galata: il porto, i traghetti, l’antica città delle banche. Pera (oggi il quartiere di Beyoğlu) è il crinale più alto, quello di İstiklal Caddesi e di piazza Taksim, cresciuto nell’Ottocento come il quartiere europeo di Costantinopoli. Le tre zone sono così intrecciate (la stessa storia, la stessa collina) che è impossibile raccontarle separate.

Un dettaglio bellissimo, che agli italiani piace sempre: il nome “Beyoğlu” significa “figlio del Bey” e, secondo la tradizione, deriva da Alvise Gritti, veneziano, figlio del doge Andrea Gritti e consigliere di Solimano il Magnifico. È solo l’inizio di un filo italiano che percorre tutta la collina.

Quando abbiamo iniziato a frequentare questa zona, ormai più di quindici anni fa, Karaköy era letteralmente un altro mondo. Un porto trascurato, magazzini chiusi, palazzi anneriti dallo smog, ferramenta e negozi di corde da marinaio, una zona che dopo il tramonto molti preferivano evitare. Poi, nel giro di un decennio, è successo qualcosa di sorprendente: Karaköy è diventata il quartiere più alla moda della città, mentre più in alto Beyoğlu, dopo alcuni anni difficili, sta ritrovando la sua vocazione culturale.

Come sempre a Istanbul, però, basta allontanarsi di pochi passi dai punti più fotografati per ritrovare tutto lo strato storico intatto: chiese dimenticate, palazzi genovesi, scale improbabili e una densità di storie che nessuno scatto riesce a contenere.

Galata: la collina genovese e la sua torre

Per capire Galata bisogna tornare al 1267, quando l’imperatore bizantino concesse ai mercanti genovesi il permesso di stabilirsi su questa sponda del Corno d’Oro. In cambio della loro potenza navale, Genova ottenne di fatto una città nella città: un’enclave fortificata, con mura proprie, magazzini e un podestà a governarla. Era una piccola repubblica marinara italiana affacciata su Costantinopoli, rivale di Venezia e cerniera commerciale tra il Mediterraneo e il Mar Nero.

Di quella colonia resta soprattutto il monumento più celebre della città dopo quelli di Sultanahmet: la Torre di Galata. I genovesi la ricostruirono nel 1348 e la chiamarono Christea Turris, la Torre di Cristo, come punto più alto delle loro fortificazioni. Ha resistito a incendi e terremoti per quasi sette secoli, e dalla sua terrazza si gode uno dei panorami più spettacolari su tutta la penisola storica. Un consiglio pratico: la coda all’ingresso può essere estenuante e il biglietto è diventato caro; se avete poco tempo, il panorama si può godere gratis da una delle tante terrazze dei bar della zona.

Attorno alla torre si apre il reticolo di vicoli ripidi e case in pietra che rende Galata inconfondibile. Vale la pena perdersi lungo Serdar-ı Ekrem, oggi una delle strade più eleganti e restaurate del quartiere, dove i palazzi di fine Ottocento ospitano botteghe di artigiani, librerie e piccoli atelier. Molti di questi edifici raccontano di quando Galata, dopo i genovesi, divenne il quartiere dei levantini: le famiglie di origine italiana, francese e greca che per generazioni vissero a metà tra Oriente e Occidente, parlando più lingue e non appartenendo del tutto a nessuna sponda.

Bankalar Caddesi e le Scale di Camondo

Scendendo dalla torre verso il mare si incontra Bankalar Caddesi, la “Strada delle Banche”. Non lasciatevi ingannare dall’aspetto oggi un po’ sonnolento: tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento questa era la Wall Street dell’Impero Ottomano. Qui avevano sede la Borsa e le grandi istituzioni finanziarie europee. Il simbolo di quell’epoca è l’ex Banca Imperiale Ottomana, del 1892: oggi è SALT Galata, un bel centro culturale con un piccolo museo sulla storia della finanza allestito negli antichi caveau. L’ingresso è gratuito ed è una delle soste più piacevoli (e climatizzate) della zona.

Proprio da qui si sale verso la Torre attraverso la scalinata più fotografata di Istanbul: le Scale di Camondo. Le fece costruire attorno al 1870 Abraham Salomon Camondo, banchiere ebreo sefardita di origine veneziana, all’epoca il finanziere più potente dell’Impero: tanto da essere chiamato “il Rothschild d’Oriente” e nominato conte da Vittorio Emanuele II nel 1867. La forma sinuosa delle scale, un intreccio ipnotico di curve tra neobarocco e primo Art Nouveau, sembra uscita dalla fantasia di Gaudí. Servivano, si dice, ai nipoti per raggiungere la scuola austriaca. La famiglia Camondo si trasferì poi a Parigi e i suoi ultimi discendenti morirono ad Auschwitz: non resta più nessuno a portarne il nome, ma a Istanbul restano le loro scale.

Arap Camii e le chiese dimenticate di Karaköy

Il monumento chiave del cuore di Karaköy è l’Arap Camii, la “Moschea Araba”. Fu costruita all’inizio del Trecento dai frati domenicani come chiesa gotica (è la più grande chiesa medievale latina ancora in piedi a Istanbul) e trasformata in moschea dopo la conquista ottomana. Il nome curioso ha una spiegazione bellissima: il sultano Bayezid II vi insediò i musulmani andalusi cacciati dalla Spagna nel 1492, la stessa espulsione che portò qui anche gli ebrei sefarditi.

Ma il segreto meglio custodito di Karaköy sta sui tetti. In un fazzoletto di strade attorno a Hoca Tahsin Sokak si nascondono le chiese russe pensili (Aya Panteleymon, Aya Andrea, Aya İlya): cappelle ortodosse ricavate all’ultimo piano di vecchi palazzi che erano locande per i pellegrini russi diretti a Gerusalemme e al Monte Athos. Non hanno una facciata, non si vedono dalla strada: chi non sa dove guardare ci passa davanti mille volte senza accorgersene. Il loro momento arrivò tra il 1920 e il 1924, quando decine di migliaia di russi bianchi in fuga dalla Rivoluzione bolscevica sbarcarono a Istanbul, portando con sé musica, cucina e una malinconia che ha lasciato tracce nella città. Alcune di queste cappelle celebrano ancora messa la domenica.

Perşembe Pazarı e la Karaköy di oggi

A ovest della piazza di Karaköy, verso il Ponte di Atatürk, c’è la parte che i turisti quasi mai raggiungono, e che a noi piace più di tutte: Perşembe Pazarı. È la Karaköy che lavora, quella che la moda non ha ancora del tutto scalzato. Botteghe che vendono utensili, bulloni, catene e corde da marinaio, artigiani al lavoro come cinquant’anni fa, un odore di ferro e di mare. Il bello è che questi capannoni non sono edifici qualsiasi: molti sono palazzi genovesi del Trecento, tra le costruzioni civili più antiche della città, riadattati nei secoli a magazzini e officine. Resiste persino il cosiddetto Tribunale genovese (Ceneviz Mahkemesi). Camminarci è come sfogliare all’indietro settecento anni di storia, senza vetrine né spiegazioni: tutto ancora vivo, polveroso e reale.

Scendendo verso il ponte ci sono il mercato del pesce, le barche del balık ekmek (il celebre panino con lo sgombro alla griglia) e i venditori di midye dolma, cozze ripiene di riso speziato. Street food da mangiare in piedi guardando i traghetti attraccare: uno dei piaceri più democratici di Istanbul.

L’altra Karaköy, quella irriconoscibile rispetto a quindici anni fa, ha il suo motore in Galataport, inaugurato nel 2021 lungo un chilometro e mezzo di lungomare: il primo terminal crocieristico sotterraneo al mondo, un’idea ingegnosa che ha permesso di riaprire al pubblico una fascia di costa rimasta inaccessibile per circa duecento anni. Oggi ci si passeggia liberamente, tra negozi, caffè e la nuova sede dell’Istanbul Modern, il museo di arte contemporanea trasferito nel 2023 in un elegante edificio disegnato da Renzo Piano: un altro architetto italiano che entra a far parte della storia di questa collina. Attorno, le vecchie strade del porto si sono riempite di torrefazioni, ceramisti, botteghe di pelletteria e alberghi di design ricavati da ex banche e magazzini. La rinascita ha anche un costo, va detto: affitti alti, botteghe storiche che chiudono, l’anima operaia che si assottiglia. Il fascino, come sempre a Istanbul, sta in questo equilibrio precario tra ciò che resta e ciò che cambia.

Il Tünel e la salita a Pera

Dalla piazza di Karaköy parte il Tünel, la piccola funicolare che in novanta secondi risale la collina fino a Pera. Inaugurato nel 1875, è il secondo trasporto urbano sotterraneo al mondo dopo la metropolitana di Londra, costruito proprio per collegare il porto e le banche di Galata agli uffici e alle case in cima. Prenderlo è insieme un mezzo di trasporto e un piccolo salto nel tempo, e resta il modo più elegante di passare da una città all’altra sulla stessa collina.

All’uscita in alto si è già in un altro mondo. Se Karaköy è il porto e Galata la fortezza, Pera è il salotto: quello che nell’Ottocento fu il quartiere europeo di Costantinopoli, sede delle ambasciate, dei grandi alberghi, dei teatri e dei caffè. La sua arteria è İstiklal Caddesi, l’antica Grande Rue de Péra, che percorre in linea retta il crinale fino a piazza Taksim.

İstiklal Caddesi: passaggi, ambasciate e Pera Palas

Percorrere İstiklal è camminare dentro un pezzo di Europa costruito a Istanbul. Nell’Ottocento tutte le grandi potenze europee vi trasferirono le proprie ambasciate, e le rispettive comunità di connazionali le seguirono, riempiendo la strada di teatri, patisserie, sartorie e librerie. Con lo spostamento della capitale ad Ankara nel 1923 le ambasciate divennero consolati generali, ma i palazzi rimasero. Ancora oggi, alzando lo sguardo tra un negozio e l’altro, si incontrano le sedi consolari di Francia, Russia, Paesi Bassi, Svezia, Regno Unito: alcune imponenti come piccoli fortini neoclassici, altre nascoste dietro cancelli di ferro battuto e giardini interni.

Uno dei modi più belli di leggere İstiklal è entrando nei suoi passaggi coperti, i pasaj, gallerie di ispirazione parigina costruite tra fine Ottocento e primo Novecento. Il più celebre è il Çiçek Pasajı, il “Passaggio dei Fiori”, inaugurato nel 1876 all’interno del sontuoso edificio Cité de Péra: un tempo era un mercato di fiori, poi divenne una fila di meyhane (le taverne tradizionali dove si beve il rakı con il pesce e i meze) e oggi conserva ancora l’atmosfera un po’ teatrale delle sue origini. Poco più avanti c’è il Balık Pazarı, il mercato del pesce, con i suoi ristorantini e il vicolo storico dei Tre Passaggi (Aznavur, Hazzopulo, Hristaki), meno turistici e più autentici. Perdersi in questi passaggi, dal Tünel Pasajı al bellissimo Passage Française con la sua struttura in ferro e vetro, è uno dei piaceri più discreti di Istanbul: si esce da İstiklal per qualche minuto e ci si ritrova in un frammento di Belle Époque sopravvissuto quasi intatto.

Poco a sinistra di İstiklal, in una stradina di Tepebaşı, si erge il monumento simbolo di quell’epoca dorata: il Pera Palas Hotel. Costruito nel 1892 dalla Compagnie Internationale des Wagons-Lits per ospitare i passeggeri dell’Orient Express, fu progettato dall’architetto franco-turco Alexandre Vallaury (lo stesso della Banca Ottomana e del Museo Archeologico) in uno stile ibrido tra neoclassico, Art Nouveau e orientale. Alla sua apertura era una piccola meraviglia tecnologica: il primo edificio di Istanbul con illuminazione elettrica dopo i palazzi imperiali, il primo con acqua calda corrente, e il primo con un ascensore elettrico, un magnifico gabbione di legno e ferro battuto ancora oggi funzionante. Ci hanno alloggiato Atatürk (stanza 101, oggi museo), Agatha Christie (stanza 411, dove secondo la leggenda scrisse buona parte di Assassinio sull’Orient Express), Ernest Hemingway, Greta Garbo, Alfred Hitchcock, Sarah Bernhardt, Jacqueline Kennedy. Entrare oggi a prendere un tè nella Kubbeli Lounge, sotto la grande cupola di vetro, è uno dei modi più suggestivi per capire cosa fosse Pera un secolo fa.

Sant’Antonio, Palazzo Venezia e il filo italiano

C’è un filo che percorre tutta questa collina e che raramente le guide raccontano nel modo che merita: il filo italiano. Comincia con i genovesi che fondarono Galata nel Duecento, prosegue con i veneziani che ne fecero l’avamposto del proprio commercio col Levante, e arriva fino all’Ottocento con una comunità italiana che a inizio Novecento contava ancora circa 40.000 persone. Sono loro ad aver costruito, finanziato o disegnato molti dei palazzi che oggi diamo per scontati.

Il monumento più visibile di questa storia è la Basilica di Sant’Antonio di Padova (Sent Antuan Kilisesi), a metà di İstiklal, un’imponente facciata in mattoni rossi in stile neogotico veneziano. L’edificio attuale fu costruito tra il 1906 e il 1912 dalla comunità italiana, su progetto dell’architetto levantino Giulio Mongeri, nato a Istanbul da famiglia italiana. Un dettaglio che ci piace sempre raccontare: nei primi del Novecento gli edifici di culto cristiani non potevano affacciarsi sulla pubblica via, e Mongeri aggirò la norma arretrando la basilica dietro un piccolo cortile e due palazzi gemelli in mattoni rossi (i St. Antoine Apartmanları), che ancora oggi la separano da İstiklal come una scenografia. La messa del sabato viene celebrata in italiano, ed è ancora oggi il punto di ritrovo della piccola comunità italiana di Istanbul. Nel cortile una statua ricorda Angelo Roncalli, poi Papa Giovanni XXIII, che fu delegato apostolico a Istanbul dal 1935 al 1944 e predicò molte volte proprio qui.

Lo stesso Mongeri firmò anche il Karaköy Palas, il palazzo neo-bizantino accanto al ponte di Galata (oggi Halk Bank), e il Maçka Palas a Nişantaşı. Ma il pezzo più prezioso del filo italiano è forse un altro, e sta appena a valle di İstiklal: il Palazzo di Venezia. Fu la sede del bailo, l’ambasciatore della Serenissima presso la Sublime Porta, dal Cinquecento fino alla caduta della Repubblica nel 1797. La leggenda vuole che proprio dal veneziano Alvise Gritti derivi il nome stesso di Beyoğlu. Con la fine della Serenissima il palazzo passò all’Austria, e poi nel 1918 tornò italiano quando il conte Carlo Sforza, alto commissario a Costantinopoli, lo fece occupare da un manipolo di marinai italiani rivendicandolo come “proprietà storica italiana”. Dal 1923 è la sede del Consolato Generale d’Italia e la residenza dell’ambasciatore quando è in città. All’interno si conservano ancora leoni di pietra e busti di dogi; accanto, il Liceo Italiano di Istanbul continua da oltre un secolo a formare generazioni di studenti bilingui.

Se aggiungete Renzo Piano a Galataport, il Karaköy Palas di Mongeri, le Scale del conte Camondo di origine veneziana e i palazzi genovesi di Perşembe Pazarı, viene fuori un quadro chiaro: non c’è quasi un angolo di questa collina che non porti, in un modo o nell’altro, un accento italiano. Per un viaggiatore che arriva da Roma, Milano o Venezia, camminare qui è un’esperienza sorprendentemente familiare.

Piazza Taksim: dove la storia diventa presente

All’estremità nord di İstiklal si apre l’ultimo capitolo di questa passeggiata verticale: piazza Taksim. Non è una piazza monumentale nel senso classico del termine (nessun palazzo del potere, nessun grande museo) ma è il centro simbolico della Turchia moderna. Il nome deriva dall’antico serbatoio d’acqua ottomano (taksim significa “distribuzione”) che raccoglieva e distribuiva alla città l’acqua dei boschi di Belgrado, e che ancora oggi si può vedere al margine della piazza.

Al centro campeggia il Monumento della Repubblica, inaugurato nel 1928 e realizzato dallo scultore italiano Pietro Canonica (ecco un altro pezzo del nostro filo), che raffigura Atatürk in due vesti, quella del comandante militare e quella del padre della repubblica. Attorno alla piazza, tre presenze recenti raccontano la Turchia contemporanea: il Gezi Park, epicentro delle proteste del 2013 che segnarono un tornante politico del Paese; la nuova Moschea di Taksim, inaugurata nel 2021, con la sua imponente cupola di 28 metri; e il rinnovato AKM (Atatürk Kültür Merkezi), il centro culturale demolito e ricostruito nel 2021, oggi sede del teatro dell’opera e di rassegne cinematografiche.

Piazza Taksim è il punto in cui si respira più che altrove il rapporto controverso tra la Istanbul laica e quella religiosa, tra passato e presente, tra memoria e trasformazione. Non è un monumento, è un termometro: passarci vuol dire prendere la temperatura della Turchia di oggi.

Una zona da leggere in verticale, con calma

Galata, Karaköy e Beyoğlu non si visitano seguendo un elenco di monumenti: si leggono in verticale, salendo e scendendo, alzando lo sguardo verso i tetti e abbassandolo verso i vicoli. È una zona che premia chi cammina con curiosità, disposto a girare l’angolo sbagliato per scoprire una cappella nascosta, un palazzo genovese, una scalinata impossibile o un passaggio ottocentesco.

Per la sua stratificazione, i suoi legami con l’Italia e la sua vitalità contemporanea, questa collina è forse il luogo in cui Istanbul si mostra più cosmopolita e sorprendente. Serve almeno una giornata intera per iniziare a decifrarla, e molte volte di più per iniziare davvero a conoscerla. Come per Fatih, Fener e Balat e per il lato asiatico, è una zona che premia chi esplora con calma.

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