Il Museo dell’Innocenza

Negli ultimi giorni sono aumentate le visite a questo articolo grazie all’uscita su Netflix della nuova serie Il Museo dell’Innocenza.

Molti arrivano qui con tre domande molto semplici:

La storia è vera? No. È una storia inventata.
È basata su un libro? Sì. La serie è tratta dal celebre romanzo Masumiyet Müzesi di Orhan Pamuk pubblicato nel 2008.
Il museo esiste davvero? Sì, ed è proprio questo l’aspetto più affascinante dell’intero progetto.

Lo scrittore turco concepì fin dall’inizio romanzo e museo come parti di un’unica opera. Mentre lavorava al libro immaginava già gli oggetti, le bacheche e gli ambienti che un giorno sarebbero diventati reali. Così, dopo la pubblicazione del romanzo, Pamuk trasformò davvero quella casa nel quartiere di Çukurcuma, a Istanbul, nel museo che oggi è possibile visitare.

museo dell innocenza

IMPORTANTE
L’autrice di questo articolo, scritto nel lontano 2013, è la nostra cara amica Anna Rita Severini. Nel 2022 Anna Rita ha pubblicato un romanzo ambientato a Istanbul e intitolato Bir Zamanlar. Il Museo dell’Innocenza costituisce il centro focale del suo romanzo. Abbiamo intervistato Anna Rita nel maggio 2022 per parlare del suo libro, consigliamo a tutti di leggere la nostra intervista ed ovviamente di leggere il suo bellissimo romanzo.

Il potere dell’immaginazione di plasmare la realtà: il Museo dell’Innocenza di Orhan Pamuk

Immaginate di essere a Istanbul, precisamente a Beyoğlu, ed entrare in una vecchia casa nel quartiere di Çukurcuma, una bella palazzina di tre piani ben restaurata, dalle pareti color rosso scuro, all’angolo fra Çukurcuma Caddesi e Dalgiç Sokak. Ora è un museo, ma una volta, fra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, ci è vissuta la famiglia Keskin: la giovane e bella Füsun con i suoi genitori.

Qui Kemal Basmacı ha trascorso, in quel periodo, gran parte delle sue serate con questa famiglia, per amore di Füsun; e qui egli ha raccolto centinaia di piccoli oggetti, suppellettili, abiti, foto, ritagli di giornale, documenti che ha conservato con cura negli anni, perché contenevano il ricordo di tutti gli attimi più intensi della sua sconvolgente e sfortunata storia d’amore. In questa casa Kemal ha vissuto gli ultimi anni della sua vita (è morto nel 2007) circondato da tutti questi oggetti per averne conforto, ma soprattutto con il desiderio di organizzarli ed esporli come in un museo proprio qui, in questa casa, dove ha sognato di poter raccontare ai visitatori non solo la sua storia, ma anche la vita quotidiana della Istanbul di quegli anni, della Istanbul che più ha amato.

Credo che con questo stato d’animo si debba entrare nel Museo dell’Innocenza, con la piacevole e seducente illusione che tutto ciò che in questo luogo si rappresenta sia accaduto realmente, mentre la parte razionale di noi sa bene che si tratta di una finzione e che il museo è parte integrante di un progetto realizzato dallo scrittore turco Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura nel 2006, nell’arco di più di dieci anni.

Tappe basilari ne sono state la pubblicazione del romanzo “Il museo dell’innocenza” nel 2008, l’inaugurazione del museo vero e proprio nell’aprile del 2012 e, subito dopo, la stampa del catalogo dal titolo “L’innocenza degli oggetti” che lo scorso novembre è uscito anche nell’edizione italiana della Einaudi.

In pochi mesi, il museo è già divenuto una delle mete turistiche più frequentate della città, con diverse migliaia di visitatori, ma – come stabilito dallo stesso Kemal nei colloqui con Pamuk quando, alla fine del libro, gli chiede di essere lui a realizzare romanzo e museo – l’esposizione non accoglie più di cinquanta ospiti alla volta, e, dunque, è possibile godere con tranquillità della particolare atmosfera creata al suo interno.

L’allestimento, curato nei minimi particolari dallo stesso Pamuk con il supporto di architetti, artigiani ed altri specialisti, valorizza notevolmente i pezzi esposti: salendo le scale che conducono attraverso i tre piani, si segue una linea continua di 83 bacheche in legno (tante quante i capitoli del romanzo, anche se alcune sono ancora chiuse perché non complete), nelle quali gli oggetti (più di 700 tutti citati nel libro) ci appaiono sistemati in vere e proprie composizioni, quasi dei quadri. E tutto – la sapiente scelta delle luci, i suoni e i rumori riprodotti in alcuni punti del museo, il percorso espositivo che, con lo stesso andamento della spirale disegnata sul pavimento del piano terra (in cui si rispecchiano a loro volta lo scorrere del tempo e lo svolgersi della storia narrata) conduce il visitatore fino alla soffitta in cima alla casa e gli permette di affacciarsi per guardare da lì l’intero museo – tutto concorre alla creazione di uno spazio assolutamente speciale e affascinante.

Ritrovare nelle bacheche gli oggetti che hanno costellato la vicenda di Kemal e Füsun significa anche conoscere un pezzetto della recente storia di Istanbul, della vita vissuta nelle sue case fino a non molti anni fa. E, dunque, il Museo dell’Innocenza non è soltanto il luogo in cui viene raccontata e rappresentata la storia d’amore di due giovani (sulla quale non mi soffermo, rinviando alle numerose recensioni ed interviste presenti sulla rete), ma anche, e forse soprattutto, un atto d’amore di Pamuk verso la città in cui è nato ed è sempre vissuto, verso i quartieri della sua infanzia e giovinezza, verso le strade che ha percorso per anni fantasticando di ambientare un suo romanzo in quella vecchia casa per poi trasformarla in un museo.

Fotor0117205636

E a Istanbul un museo dedicato alla città in questi termini è un’assoluta novità.

Se, per tutti questi motivi, l’esposizione può essere godibile in sé, il mio consiglio è comunque di visitarla dopo la lettura del romanzo (fra l’altro, chi porta con sé il libro entra gratuitamente; l’addetto della biglietteria appone un timbro con il logo del museo sul biglietto disegnato in una delle ultime pagine). Ritengo che la conoscenza del testo – in cui si sviluppano anche temi più ampi quali le consuetudini sociali nella Istanbul dell’epoca, la conservazione degli oggetti nei piccoli musei, e soprattutto l’amore, il senso del tempo, la felicità – sia determinante per comprendere appieno i contenuti del museo ed apprezzare l’originalità dell’intero progetto, in cui la sovrapposizione impalpabile tra finzione e realtà, tra luoghi della storia e vie/quartieri della città, tra protagonista e autore, non possono non conquistare i lettori-visitatori più attenti. E il catalogo completa mirabilmente la descrizione di questa avventura che ha visto crescere di pari passo romanzo e museo, narrandone la genesi e lo sviluppo dalla prima idea scaturita nel 1982 fino ad oggi.

Al museo si arriva facilmente: percorrendo la stretta Postacılar Sokaĝi, che si diparte dalla Istiklal Caddesi verso il Bosforo e prosegue con Tom Tom Captan Sokak (via su cui si affaccia il Consolato Italiano), si arriva a Çukurcuma Caddesi all’altezza dell’omonimo hammam. Da qui si intravede, distante un centinaio di metri, il grazioso edificio ad angolo color rosso scuro, risalente al 1897 e acquistato da Pamuk nel 1999.

In una decina di minuti a piedi, dalla affollata e vivace Istiklal, coi suoi palazzi e i suoi bei negozi, si arriva così nel cuore di Çukurcuma, un tranquillo quartiere in via di evidente riqualificazione, reso affascinante anche dai numerosi negozi di rigattieri e antiquari aperti lungo le strade principali, dove è piacevole curiosare fra vecchi mobili e oggetti dismessi, sin dagli anni ’70, dalle case di una Istanbul proiettata decisamente verso il cambiamento e la modernità. Anche in alcuni di questi negozi Pamuk, novello collezionista, ha acquistato pezzi che avrebbe poi esposto nel museo, oltre a quelli riprodotti da abili artigiani o avuti da amici e conoscenti per il suo ambizioso progetto.

Un motivo di fascino non secondario del Museo dell’Innocenza è poter riferire i personaggi e le situazioni ai luoghi reali della città: non soltanto l’edificio del museo e le strade che lo circondano, ma anche le vie di Nişantaşı, zona elegante a nord di Piazza Taksim dove si svolge buona parte del romanzo, o le vecchie case in legno di Fatih – quartiere a ovest del Corno d’Oro fortemente ancorato alla tradizione islamica – o ancora le yalı lungo il Bosforo.

Del resto, quasi tutti i romanzi di Pamuk sono ambientati nelle vie di Istanbul in cui egli stesso è vissuto e vive, con la differenza che, in questo caso, come si legge sulla copertina dell’edizione italiana del catalogo, “Orhan Pamuk ha fatto ciò che sembrava esclusiva dei maghi delle fiabe o del Genio delle Mille e una notte. Ha preso ciò che esisteva tra le pagine del suo ultimo romanzo, Il Museo dell’innocenza, e l’ha trasformato in qualcosa di materiale, di fisico, uno spazio da esplorare con tutti i nostri sensi: ha costruito il Museo dell’Innocenza. Un luogo unico al mondo, un tesoro nel cuore incantato di Istanbul: la celebrazione dell’amore, della memoria, del potere dell’immaginazione di plasmare la realtà”.

Sul sito internet www.masumiyetmuzesi.com è possibile trovare tutte le informazioni su contenuti, iniziative, orari di apertura e prenotazioni.

Dimenticavo. Nel romanzo Kemal precisa: “Il Museo dell’Innocenza sarà sempre aperto per gli innamorati che non trovano un posto a Istanbul dove baciarsi”. Anche io ho baciato la persona che amo proprio nella soffitta, di fronte al letto degli incontri d’amore fra Kemal e Füsun che lo stesso Kemal ha trasportato lassù perché il museo fosse per sempre la sua casa. Ed è stato bellissimo.

Stai programmando un viaggio a Istanbul sulle tracce del Museo dell’Innocenza?

Scrivici pure per capire come organizzare al meglio le tue giornate tra Beyoğlu, Nişantaşı e le atmosfere raccontate da Pamuk. Istanbul è una città letteraria prima ancora che turistica, e certi luoghi meritano il tempo giusto.


I Quartieri Asiatici

kız kulesi 2

Istanbul è l’unica città al mondo a sorgere su due continenti. Non c’è dubbio che la presenza del “lato asiatico”, al di là del Bosforo, continui a esercitare un forte richiamo sull’immaginario collettivo europeo.

A volte però questa caratteristica genera dubbi curiosi e aspettative non realistiche. I dubbi si condensano nella domanda che ogni tanto riceviamo ancora via mail e a cui possiamo rispondere una volta per tutte: no, non serve il passaporto per andare sul lato asiatico di Istanbul. Le aspettative, invece, si leggono sui volti dei gruppi di turisti che vediamo scendere dal traghetto a Üsküdar. Chi immaginava un oriente fiabesco si trova davanti il traffico caotico, la vita quotidiana, le moschee del quartiere e lo skyline della città. Alcuni addirittura, dopo pochi minuti, risalgono sul traghetto per tornare a Sultanahmet, un po’ spaesati e con le reflex deluse.

La realtà di Istanbul è molto complessa, non ci stancheremo mai di ripeterlo: la città non è una sola, ma un insieme di molte città, con panorami architettonici e contesti sociali che cambiano velocemente e radicalmente nel giro di pochi metri o di pochi mesi. Non è necessario attraversare il Bosforo per cercare la parte più “orientale”, più “musulmana” o più “vera”. Istanbul è tutta vera, in tutte le sue sfumature. Le classificazioni rigide, qui, non hanno molto senso.

Sia nella parte europea che in quella asiatica troviamo quartieri più conservatori (Fatih e Ümraniye) e quartieri più moderni (Beyoğlu e Kadıköy), zone ricche di storia (Sultanahmet e Üsküdar), zone votate allo shopping (Nişantaşı e Bağdat Caddesi), aree di grande mescolanza religiosa (Fener/Balat e Kuzguncuk/Yeldeğirmeni) e graziosi villaggi sul Bosforo (Arnavutköy e Çengelköy).

Il consiglio è quindi quello di dare una chance al lato asiatico, senza preconcetti e con uno sguardo più consapevole.

Da anni riceviamo richieste da persone incuriosite da questa parte della città ma intimorite dall’idea di non saper individuare in poche ore i punti più significativi, soprattutto perché molte guide cartacee la trattano superficialmente o la escludono addirittura dalle cartine. È per questo che abbiamo sempre cercato di raccontare e di mostrare i quartieri asiatici in modo più approfondito, evidenziandone la ricchezza storica, sociale e paesaggistica, in continuità con il lavoro iniziato con le visite guidate a Fatih, Fener e Balat, che negli anni hanno ricevuto tantissimi commenti positivi.

Üsküdar: storia antica e vita quotidiana

Üsküdar è uno dei più antichi quartieri della Istanbul ottomana, fin dalle origini residenziale, e conserva ancora oggi queste caratteristiche. Ospita più di 180 moschee, alcune delle quali risalgono al periodo precedente alla conquista ottomana – quindi tra le più antiche della città. Le più imponenti sono Mihrimah Sultan e Yeni Valide; le più affascinanti e intime sono Şemsi Paşa, Kaptan Paşa e Çinili Camii.

La storia di Üsküdar affonda però molto più indietro: col nome di Crisopoli fu fondata nel VII secolo a.C. da coloni greci. Durante gli scavi per il tunnel del Marmaray sono emersi numerosi reperti dell’antica città.

Oltre alla storia, una delle esperienze più piacevoli è la passeggiata verso Salacak, fino a trovarsi di fronte alla Kız Kulesi, la Torre della Fanciulla: un isolotto nel Bosforo che, con lo sfondo della penisola storica, regala una delle silhouette più scenografiche di Istanbul.

Kuzguncuk: un villaggio multireligioso

Poco distante da Üsküdar sorge Kuzguncuk, un quartiere abitato dalla popolazione ebraica a partire dal 1500, e successivamente anche da greci e armeni.

Kuzguncuk è uno dei nostri quartieri preferiti in assoluto: una valle lunga e stretta che scende ripida verso il Bosforo, con antiche case in legno immerse nel verde dei platani.

È uno dei pochi luoghi in cui si può vedere una moschea accanto a una chiesa armena e una sinagoga accanto a una chiesa ortodossa. Un piccolo simbolo della tolleranza e dell’armonia che caratterizzavano l’Istanbul ottomana. Kuzguncuk conserva un’atmosfera da villaggio di pescatori: un luogo dell’anima che continua a ispirare artisti, poeti, registi e sognatori.

Tra i punti di interesse principali ricordiamo la sinagoga Beth Yakov, la chiesa di Ayos Panteleimon, quella di San Gregorio Armeno e il parco di Fethi Paşa, che offre scorci suggestivi sul Bosforo.

Palazzo Beylerbeyi: eleganza ottomana sul Bosforo

Poco oltre Kuzguncuk si trova il Palazzo Beylerbeyi, una delle residenze estive dei sultani ottomani del XIX secolo.

È un palazzo raffinato, ricco di stucchi e decorazioni, con saloni in stile europeo e giardini terrazzati che scendono verso il mare. Rispetto a Dolmabahçe è meno conosciuto e meno affollato, ma offre un ritratto altrettanto interessante della vita della corte ottomana, soprattutto nella dimensione più privata e meno cerimoniale.

La posizione sotto il primo ponte sul Bosforo crea un contrasto affascinante tra passato e presente, rendendo Beylerbeyi uno dei palazzi più scenografici di Istanbul.

Kadıköy: modernità e multiculturalità

Kadıköy, l’antica Calcedonia fondata vent’anni prima di Bisanzio, rimane uno dei quartieri più vivaci e moderni dell’intera Istanbul.

A partire dall’Ottocento, grazie alla costruzione della stazione ferroviaria di Haydarpaşa, si è trasformato in un quartiere estremamente vario dal punto di vista etnico e sociale. All’inizio del Novecento la popolazione comprendeva ebrei, greci, armeni, albanesi, bulgari, persiani, italiani, tedeschi e francesi. Nel sobborgo di Yeldeğirmeni nacquero i primi “appartamenti” moderni della città, grazie al lavoro di ingegneri tedeschi e scalpellini italiani.

Kadıköy è vastissimo (più di mezzo milione di abitanti), moderno, dinamico e ricco di atmosfere. Il suo mercato centrale è uno dei più interessanti e pittoreschi della città, perfetto per chi ama scoprire gastronomie, caffè, pasticcerie storiche e sapori locali.

Una visita di Istanbul che non includa almeno una parte del lato asiatico lascia sempre un piccolo senso di incompiutezza. Al tempo stesso, visitarlo con aspettative fuorvianti può deludere: il segreto è viverlo per ciò che è, senza cercare un “altrove”. Speriamo che questo articolo possa fornire un’immagine più chiara e autentica di una zona della città così importante ma troppo spesso trascurata dalle guide cartacee.

Se siete interessati a fare con noi una visita guidata di questi quartieri vi preghiamo di contattarci via mail o di lasciare un commento qui sotto.

Importante: se ci scrivete una mail e non ricevete risposta provate a guardare nella cartella spam, a volte purtroppo i filtri fanno finire anche mail importanti nella cartella di posta indesiderata.


Fatih, Fener e Balat

Fener

Ci sono luoghi di Istanbul che non si limitano a mostrare qualcosa: raccontano. Fatih, Fener e Balat appartengono a questa categoria.

Tre quartieri che rivelano la città nella sua forma più stratificata: religiosa, gastronomica, popolare, aristocratica, bizantina, ottomana, greca, armena, ebraica. Proprio per questi motivi rientrano nella lista dei patrimoni dell’Unesco.

Quando abbiamo iniziato a frequentare questi quartieri — ormai più di quindici anni fa — l’atmosfera era piuttosto diversa rispetto a oggi. Erano zone totalmente ignorate dai visitatori, dove si camminava in un silenzio che oggi sembra incredibile. Quando abbiamo cominciato a proporre tour in questi quartieri le altre agenzie ci ridevano in faccia.

Nel tempo, però, molte cose sono cambiate. Qualche scorcio è finito su Instagram, alcuni vicoli sono stati riqualificati, hanno aperto ristorantini e piccoli caffè, e ormai si vedono frotte di turisti arrivare per scattare una foto veloce “alle case colorate di Balat” prima di tornare indietro: il classico turismo mordi e fuggi.

Ma ciò che sorprende è che basta allontanarsi di pochi passi dai due o tre punti più noti per ritrovare la stessa Istanbul profonda di allora, fatta di ritmi lenti, pendenze, vicoli irregolari e una densità umana che non si è mai lasciata addomesticare del tutto. E ancora una volta, zero turisti.

Questi tre quartieri si trovano all’interno delle antiche mura della città vecchia, sul versante sud del Corno d’Oro, e sono assolutamente centrali per comprendere appieno la storia e la cultura di questa città. Zone in cui i popoli e le religioni si sono nel tempo mescolati e sovrapposti, evidenziando e portando fino ai giorni nostri una straordinaria ricchezza di architetture, di monumenti religiosi, di colori e di prelibatezze gastronomiche.  

Non sono zone difficili, ma conservano ancora quella complessità fatta di strade che cambiano nome, vicoli che scompaiono nelle mappe e percorsi che non seguono una logica lineare.

Sono luoghi che premiano chi esplora con calma.

Fatih: la quiete della storia

Fatih è un quartiere che non cerca di piacere: si mostra così com’è. La religiosità è parte integrante della vita pubblica, si può considerare uno dei quartieri più “conservatori” di Istanbul. Il cuore del quartiere è la monumentale Moschea di Fatih, costruita sulle fondamenta di una delle più grandi chiese bizantine scomparse.

Nella zona di Malta Çarşı, il mercato di quartiere, la vita scorre con una naturalezza che raramente si trova altrove in città. Oggi qui vivono molte famiglie provenienti dall’est anatolico e dal Mar Nero, portatrici di tradizioni religiose solide e di cucine regionali straordinarie. Per questa ragione il quartiere di Fatih è considerato un punto di riferimento per chi cerca la cucina turca più autentica: kebap, pide, sarma, köfte… niente menù in inglese, a volte proprio niente menù, prezzi ancora sorprendentemente bassi.

Non distante, tra case ottomane in legno, si trova la Moschea di Zeyrek, un tempo il Monastero Bizantino di Cristo Pantocratore, il più grande complesso religioso bizantino dopo Santa Sofia rimasto in città. L’area intorno a Zeyrek, con le sue case in legno di periodo ottomano antiche di 200 anni e i suoi scorci antichi, è ancora uno degli angoli più pittoreschi di Istanbul. Proseguendo verso nord si arriva nel quartiere di Çarşamba, un nucleo densissimo di vita religiosa. Qui si trova una delle più famose Chiese Bizantine di Istanbul, la Chiesa di Theotokos Pammakaristos, conosciuta oggi come Fethiye Camii, dato che al giorno d’oggi è per metà moschea e per metà museo.

Fener: memorie che resistono

Entrare a Fener significa cambiare ritmo. Le strade si stringono, le salite e le discese diventano più ripide, i vicoli si moltiplicano fino a formare un labirinto in cui è facile perdersi.

In questi quindici anni Fener ha vissuto trasformazioni visibili: restauri, nuovi locali, visitatori che arrivano solo per fotografare due o tre scorci diventati popolari sui social.

Ma basta allontanarsi dalle due/tre vie più note per ritrovare la stessa Fener di sempre: antiche case ottomane — alcune superbamente restaurate, altre impietosamente diroccate — cortili nascosti, bambini che giocano nei vicoli, anziani seduti davanti all’uscio, una complessità culturale che non si lascia ridurre a uno scatto.

Su questi sampietrini ultracentenari hanno camminato, spesso contemporaneamente, devoti preti bizantini, rozzi crociati, fieri paşa ottomani col loro stuolo di servitori, commercianti armeni, negozianti ebrei, chiromanti zingari, e generazioni di greci ortodossi. È una memoria stratificata, che continua a emergere nei dettagli architettonici e che ha dato origine a quella ricchezza culturale che possiamo ammirare ancora oggi.

Scendendo verso il Corno d’Oro si incontra il maestoso Rum Lisesi, il Liceo Greco Ortodosso, magnifico e caratteristico edificio in mattoni rossi che domina la collina di Fener con la sua imponenza. Proseguendo per una scalinata si arriva nel punto dove un tempo correvano le mura di Costantinopoli, e proprio qui si trova una delle chiese più affascinanti e misteriose della città: Santa Maria dei Mongoli, la celebre Chiesa Rossa, l’unica chiesa bizantina mai trasformata in moschea e sopravvissuta intatta nei secoli. La sua storia peraltro è talmente bella e affascinante che meriterebbe un libro, ma purtroppo non esiste nessuna pubblicazione in merito, anzi, la Chiesa pare dimenticata da tutti.

Nel cuore di Fener sorge infine uno dei centri spirituali più importanti in assoluto della cristianità: il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, l’equivalente – per la religione Cristiana Ortodossa – di San Pietro a Roma. L’importanza storica e simbolica di questo luogo è enorme. E’ una delle cinque sedi principali della chiesa cristiana, in ordine di gerarchia, il patriarcato di Costantinopoli è il secondo dopo Roma, e precede Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. La visita della Cattedrale di San Giorgio, elegante e raccolta, dovrebbe perciò costituire un must per un turista in viaggio ad Istanbul, eppure probabilmente neanche l’1% dei turisti lo fa, ignorandone l’esistenza.

A separare Fener da Balat e affacciata sul Corno d’Oro si trova la spettacolare Sveti Stefan Kilisesi, la Chiesa Bulgara di Santo Stefano, costruita interamente in ferro secondo un sistema modulare unico al mondo.

Balat: colori e vita quotidiana

Balat, per secoli, è stato il quartiere ebraico di Istanbul, sia in epoca bizantina che ottomana. Il grande terremoto del 1894 portò molte famiglie a trasferirsi verso Galata, e nel secondo dopoguerra verso Şişli, segnando un cambiamento profondo nella composizione sociale del quartiere, che da zona estremamente ricca si è in fretta trasformata in zona di immigrati delle classi sociali più basse.

Negli anni successivi Balat attraversò un lungo periodo di trascuratezza, attenuato solo di recente da progetti di riqualificazione sostenuti anche dall’UNESCO.

Il sottile confine fra splendore e degrado produce in Balat un contrasto abbagliante. Oggi alcuni scorci sono diventati iconici ma è sufficiente girare l’angolo per incontrare la Balat autentica: le botteghe minuscole dove il proprietario ti saluta pure se non compri niente, i vicoli dove si sente ancora l’odore del pane caldo appena sfornato.

Balat non è “pittoresca”, è reale: come tutti i luoghi reali, regala emozioni diverse a seconda del momento in cui ci capiti.

Volendo proseguire verso l’interno per circa un chilometro si arriva a uno dei capolavori assoluti dell’arte bizantina: la Chiesa di San Salvatore in Chora, oggi Kariye Camii. I suoi mosaici e affreschi, tra i più raffinati al mondo, sono considerati superiori a quelli di Santa Sofia. La recente trasformazione in moschea rende la visita più complicata dato che la parte museale è visitabile solo in certi orari (che cambiano in base agli orari di preghiera e che quindi sono difficilmente prevedibili).

Una visita che richiede tempo, e restituisce profondità

Visitare questi quartieri richiede tempo e un po’ di capacità di osservare ciò che non è immediato. Non sono quartieri difficili, ma hanno un carattere tutto loro: strade che cambiano atmosfera da un isolato all’altro, deviazioni che sembrano insignificanti e invece portano a scorci sorprendenti o monumenti importanti, punti che si rivelano solo se ci si passa nel momento giusto.

Da quando abbiamo iniziato a frequentarli — ormai più di quindici anni fa — abbiamo capito che la bellezza di queste zone sta soprattutto nei piccoli dettagli che non si colgono al primo sguardo. È un tipo di esplorazione che si impara con il tempo, passo dopo passo.

Chi viene per la prima volta spesso segue i percorsi più immediati, quelli che portano ai luoghi più noti o fotografati. Molto di ciò che rende Fatih, Fener e Balat davvero unici rimane un po’ nascosto, lontano dai punti più battuti. Chi dedica loro il tempo che meritano scopre una Istanbul che non si lascia ingabbiare in un’immagine: una città che continua a cambiare e a trasformarsi secondo i propri ritmi.

Se siete interessati a fare con noi una visita guidata di questi quartieri vi preghiamo di contattarci via mail o di lasciare un commento qui sotto.

Importante: se ci scrivete una mail e non ricevete risposta provate a guardare nella cartella spam, a volte purtroppo i filtri fanno finire anche mail importanti nella cartella di posta indesiderata.